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Una visione europea della crisi: Mario Tonveronachi

La Banca Centrale Europea, ha cominciato ad acquistare 60 miliardi di euro di acquisti ogni mese, a partire da marzo 2015 sino a settembre 2016, con la possibilità di comprare solo titoli di elevata qualità (con il rating di fascia più alta, ovvero investment grade) fino a un massimo del 33% del debito pubblico di ogni singolo Paese e del 25% di ciascuna emissione di titoli. Tale processo più noto come quantitative easing, come ci spiega Mario Tonveronachi, Professore ordinario a contratto di Economia dei sistemi finanziari, School of Economics and Management, Università degli Studi di Siena, dovrebbe avere l’effetto di aumentare la competitività della zona euro tramite un una rivalutazione dell’euro e una riduzione dei tassi di interesse a lungo termine, che dovrebbero in teoria aumentare la domanda sia di beni durevoli che d’investimenti.

Rivalutazione dell'euro

Rispetto alla rivalutazione dell’euro, sottolinea che molti di tali effetti, dipendono sostanzialmente dagli Stati Uniti, che hanno rimandato l’aumento dei tassi d’interesse e il cambio è tornato su una quotazione precedete al QE.

I tassi d'interesse a lungo termine

Per quanto riguarda i tassi d’interesse a lungo termine, l’effetto del QE, secondo Tonveronachi è problematico, perché il risultato è molto incerto, in quanto gli investimenti non ripartono se non c’è prospettiva di aumento di domanda aggregata nel futuro. Ovviamente se riparte la domanda estera questo potrebbe innestare un circolo positivo.
Se alle politiche fiscali restrittive esistenti, si associasse anche una politica monetaria restrittiva la situazione sarebbe peggiore ma allo stesso tempo non è detto che una politica monetaria espansiva riesca a contrastare efficacemente una politica fiscale restrittiva.

Il ruolo di di supervisore bancario della Bce

-Altra questione importante riguarda come è cambiato il ruolo della Bce, dopo l’entrata in vigore, il 4 novembre 2014, del Meccanismo unico di supervisione bancaria (SSM), attraverso l’attribuzione di innovativi compiti di supervisione prudenziale alla Banca Centrale Europea, in stretta collaborazione con le Autorità di vigilanza nazionali. Recentemente, attraverso una valutazione generale dei sistemi bancari in termini di necessità di capitale, e di liquidità, è emerso che, essendo le nuove regole per i sistemi bancari molto più restrittive di quelle precedenti, il risultato è che le banche rimangono in situazione di difficoltà, perché specialmente in Italia, dopo ormai diversi anni di recessione, le banche hanno perdite di bilancio pesanti e questo vuol dire che i risultati netti sono spesso negativi o esigui,e quindi la ricapitalizzazione delle banche con fondi interni è nulla.
Quindi se a tale situazione si aggiungono requisiti più stretti, è inutile elargire liquidità alle banche, nel momento in cui le stesse, non possono dare maggiori prestiti, proprio per esigenza di liquidità e capitale.
Ad esempio uno degli elementi del QE è che, la Bce, attraverso le banche centrali nazionali, acquista titoli del debito pubblico, dei quali una buona parte sono in mano alle banche. Quello che potrebbe succedere è che le banche centrali nazionali cedono i titoli del debito pubblico alla Bce e con la liquidità che ottengono acquistano titoli del tesoro americano che rendono di più. In questo modo quello che otteniamo non sono maggiori prestiti da parte delle banche, ma sono operazioni finanziarie che ne migliorano i bilanci ma con effetti reali che potrebbero essere molto limitati.
Il presidente della Bce, Mario Draghi, continua ad affermare che le azioni messe in campo dalla Bce, è una “stampella” in attesa che i governi dei vari paesi attuino una serie di riforme che dovrebbero ridare vitalità all’economia. Il problema qui, secondo il prof. Tonveronachi, è che tali riforme a cui Draghi fa riferimento, difficilmente hanno effetti benefici in un orizzonte temporale compreso all’interno della politica monetaria espansiva.
Secondo le intenzioni della BCE, il QE dovrebbe durare 18 mesi, ovvero fino a settembre 2016, con possibili proroghe, qualora ritenute necessarie.
L’obiettivo dichiarato della BCE, fin dalla data di avvio del programma, è di raggiungere un livello di inflazione nel medio periodo prossimo al target del 2%. Questo vuol dire che se a livello internazionale l’inflazione comincia ad aumentare, e cominciano a cambiare dei parametri di inflazione che riprendono a crescere, i tedeschi chiederanno, secondo Tonveronachi, di terminare il QE, perché il programma di espansione monetaria non è stato giustificato con la necessità di aiutare l’economia della zona euro, ma con l’obiettivo della deflazione, cioè di un tasso d’inflazione molto inferiore a quello dell’obiettivo della Bce. Tutto questo potrebbe far terminare, anche con molto anticipo, il QE, rispetto a quelle che sono le necessità del settore reale. In tal senso con politiche monetarie e finanziarie non si possono risolvere problemi di crescita reale, ma si potrà avere solo un aiuto temporaneo.

 


 

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