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Un ritratto della gig economy

L'universo della "gig economy" in Italia conta ormai tra 700mila e un milione di addetti: lo dicono i dati provvisori di una indagine della Fondazione Debenedetti e Inps che ha tentato di definire le dimensioni e le caratteristiche del fenomeno, come ci illustra Paolo Naticchioni, prof. di Scienze politiche all'Università degli Studi Roma Tre. Il 50% dei gig-worker sono donne, solo il 3 per cento sono immigrati; per 150-200mila di loro si tratta del lavoro principale e per almeno 350mila persone di un lavoro per "arrotondare" .

Un numero sempre più alto di mestieri tende a essere svolto da freelance e si polarizza tra quelli ad alto valore aggiunto e quelli con remunerazioni molto ridotte. Le piattaforme che organizzano le relazioni tra domanda e offerta stanno crescendo in termini finanziari conquistando l'effetto-rete, puntando sull'efficienza tecnica, rifiutando di assumere i prestatori d'opera. 

Lo studio, inoltre, smentisce molti dei luoghi comuni sulla gig economy: mette in luce che non si tratta di “lavoretti”, vale a dire che richiedono un basso livello di istruzione; coinvolge non solo i più giovani ma soprattutto i lavoratori tra i 30 e i 50 anni; non è costituita principalmente da raider, ma da coloro che lavorano da casa su Internet

Tra i vantaggi legati alla gig economy, vi è la possibilità di scegliere dove e quando lavorare mentre lo svantaggio è dato dal fatto che si lavorano poche ore a settimana, dalle 4 alle 20 ore, e che i salari medi sono circa 12 euro lordi all’ora.

Tra gli aspetti approfonditi nell'indagine, vi è quella relativa alle tutele: circa il 65% delle persone, non conosce le tutele presenti nel proprio contratto.

 

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