Seguici    
Accedi

Effettua il LOGIN

Hai dimenticato la password?
REGISTRATI ADESSO!

oppure accedi tramite...

 

Quarto Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale italiano

 Quarto Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale italiano
scarica il pdf dell'articolo scarica il pdf

Il 4° Rapporto, sulla base dei dati dei bilanci consuntivi forniti dagli Enti di Previdenza, illustra gli andamenti della spesa pensionistica, delle entrate contributive e dei saldi delle differenti gestioni pubbliche e privatizzate che compongono il sistema pensionistico obbligatorio del nostro Paese. Il periodo di osservazione inizia dal 1989, poiché solo da tale anno si possono effettuare confronti su serie storiche omogenee. L’analisi retrospettiva copre il periodo fino al 2015, ultimo anno per il quale sono disponibili dati completi ricavabili dai bilanci disaggregati.

(In allegato il pdf del rapporto completo)

Il quadro economico generale

A differenza di quanto spesso si afferma, (e cioè che in Italia si spende molto meno per il welfare) la spesa per prestazioni sociali nel 2015 ammonta a 447,369 miliardi di euro, con un incremento dello 0,65% sull’anno precedente mentre la spesa totale è aumentata del solo 0,11%; rispetto al 2012 l’aumento è del 2,6% mentre nello stesso periodo il PIL è cresciuto soltanto dello 0,009%.
La spesa per prestazioni sociali incide per il 54,13% sull’intera spesa pubblica comprensiva degli interessi sul debito pubblico che nel 2015 è stata pari a 826,429 miliardi, (il 59% al netto degli interessi); tale incidenza, rispetto al PIL si attesta al 27,34% e a questa percentuale occorre aggiungere le altre funzioni sociali quali la casa, l’esclusione sociale, la famiglia e le spese di funzionamento degli enti che gestiscono le varie funzioni di welfare che portano il totale al 30% circa cioè uno dei livelli più elevati dell’Europa a 27 Paesi.

La spesa sociale cresce molto più rapidamente di quella pubblica totale e del PIL, trascinata soprattutto dalla spesa per assistenza che, a differenza di quella pensionistica, non ha regole precise, un monitoraggio efficace e spesso non ha strumenti di controllo. Si tratta di un onere difficilmente sostenibile negli anni a venire anche per quel che diremo più avanti sui sistemi di finanziamento della stessa spesa sociale e che comunque già ora limita gli investimenti pubblici in tecnologia, ricerca e sviluppo, unica via per garantire la competitività del Paese e un futuro più favorevole per le giovani generazioni già gravate da un abnorme debito pubblico. A conferma di quanto più sopra affermato, dai dati Eurostat emerge che la spesa sociale in percentuale del PIL è nel nostro Paese tra le più elevate e ciò nonostante gran parte di essa sia a debito e responsabile, dell’enorme debito pubblico.

Rispetto alle differenti configurazioni delle macro aree europee il nostro Paese ha un’incidenza della spesa per la protezione sociale sul PIL pari o addirittura superiore alle medie rilevate. Va inoltre tenuto presente che una parte consistente della spesa imputata a pensioni (vecchiaia e superstiti) così come la classifica l’Istat, è in realtà a favore di famiglia e maternità, anziani o per evitare l’esclusione sociale; in tabella è riportata una semplice riclassificazione. Infine non si deve dimenticare che la spesa per pensioni previdenziali (tutte laltre funzioni di welfare ne sono escluse) è al lordo dell’IRPEF mentre in molti Paesi tali prestazioni non sono (o lo sono in minima parte) tassate.

Le modalità di finanziamento

Per finanziare la spesa complessiva per welfare relativa all’anno fiscale 2014 per il quale si dispone di tutte le entrate tributarie (ad esempio l’IRPEF per il 2014 è stata dichiarata e versata nel 2015 e le elaborazioni sono state possibili a partire dal maggio 2016), che è stata pari a 444,507 miliardi occorrono:
a) ovviamente tutti i contributi sociali che però non coprono i costi complessivi delle pensioni al lordo del carico fiscale per cui occorre attingere a un pezzo di IRPEF;
b) i contributi versati per le prestazioni temporanee (cassa integrazione, disoccupazione, mobilità, contribuzioni figurative e poi Aspi e successivamente Naspi) e quelli versati all’INAIL; queste ultime due gestioni sono in attivo;
c) per finanziare poi l’assistenza, compresa quella a carico degli enti locali e la sanità occorre, oltre l’IRPEF anche tutta l’IRES (imposta sulle società) tutta l’IRAP (imposta regionale sulle attività produttive) e il 36% dell’ISOS (imposta sostitutiva).
In pratica tutte le imposte dirette per cui per finanziare il resto della spesa rimangono le imposte indirette e il “debito”. Le stesse considerazioni valgono per il 2015.

E’ ovvio che una siffatta situazione sia poco sostenibile nel medio termine anche perché a guardare le dichiarazioni IRPEF degli italiani vien da pensare anzitutto che non siamo un Paese appartenente al G7 ma in fase di sviluppo e soprattutto che finanziare il nostro generoso welfare potrebbe essere sempre più difficile in futuro. Infatti analizzando le dichiarazioni per scaglioni di reddito, emerge che il 25% circa dei cittadini paga un’IRPEF media (addizionali comprese) di 54 euro l’anno mentre il 46% paga un’imposta media di 305 euro l’anno escludendo l’effetto “bonus 80 euro”. Considerando che la spesa sanitaria pro capite è ammontata per il 2014 a 1.850 euro (fonte Agenas), solo per garantire la sanità a questi 28 milioni (quasi la metà) di cittadini italiani, occorrerà reperire 43,3 miliardi.

Poi c’è tutto il resto: scuola, sicurezza, strade, funzionamento della macchina pubblica e così via. Nel dettaglio, dei 60.795.612 cittadini residenti al 31/12/2014 (12.994 in più rispetto al 2013) quelli che hanno presentato la dichiarazione dei redditi sono 40.716.548 (273.019 in meno rispetto al 2013 e 697.606 in meno sul 2012); di questi quelli che pagano almeno un euro di tasse sono solo 30,7 milioni.
I redditi dichiarati ai fini IRPEF tramite i modelli 770, Unico e 730 ammontano a un totale di 817,264 miliardi di euro (810,757 nel 2013) con un incremento di circa lo 0,8%, che scende allo 0,4% se si escludono i redditi relativi dell’abitazione principale. Su tali redditi sono stati complessivamente versati ai fini IRPEF 167,052 miliardi di euro (al lordo del bonus da 80 euro) di cui il 90,50% per IRPEF, il 6,81% per l’addizionale regionale (11,384 miliardi) e 4,483 miliardi di addizionale comunale (2,68%). Per calcolare l’IRPEF pro capite si è poi considerato il rapporto tra il numero dei dichiaranti (40,716 milioni) e il numero di abitanti, per cui a ogni dichiarante corrispondono 1,49 abitanti. Dalle elaborazioni emerge che:

1) Considerando che solo 30,7 milioni di cittadini su 60,8 milioni presentano una dichiarazione dei redditi positiva, se ne deduce che quasi la metà degli italiani non ha reddito quindi è a carico di qualcuno; il totale di coloro che dichiarano reddito nullo o negativo è 694.480 mentre quelli fino a 7.500 euro annui (una media di 312 euro lordi/mese) sono 10.130.507, cioè il 24,88% del totale, e corrispondono a 15.331.084 abitanti con un’IRPEF media dichiarata pro capite di 54 euro l’anno.

2) Tra i 7.500 e i 15.000 euro di reddito annuo, contiamo 8.584.180 contribuenti (circa 12,8 milioni di abitanti) che pagano un’IRPEF media di 601 euro.

3) Tra i 15.000 e i 20.000 euro di reddito dichiarato troviamo 6,1 milioni di contribuenti (9,11 milioni di abitanti) che pagano un’imposta media di 1.655 euro, sufficiente per pagarsi al 90% la sanità.


Ricapitolando, i primi 18.714.687 di contribuenti (pari al 45,96% del totale), di cui 6.821.730 pensionati, dichiarano redditi da zero a 15.000 euro e quindi vivono con un reddito medio mensile di poco superiore ai 600 euro lordi, meno di quello di molti pensionati. Questi primi 18.714.687 di contribuenti cui corrispondono 27,9 milioni di abitanti, anche per via delle detrazioni, pagano in media circa 305 euro l’anno e si suppone pochissimi contributi sociali, con gravissime ripercussioni sia sul sistema pensionistico (chi pagherà loro la pensione se non versano contributi?) sia sulla futura coesione sociale.
Ma chi paga l’IRPEF? Chi finanzia il welfare? Partendo dagli scaglioni più alti, con redditi sopra i 300.000 euro troviamo solo lo 0,08% dei contribuenti (poco più di 31 mila) che pagano però il 4,7% dell’IRPEF; sopra i 200 mila euro, lo 0,19% che paga il 7,3% dell’IRPEF. Con redditi lordi sopra i 100 mila euro (meno di 52 mila netti) troviamo l’1,04% pari a 424.000 contribuenti che tuttavia pagano il 16,9% dell’IRPEF; sommando a questi contribuenti anche i titolari di redditi lordi da 55.000 otteniamo che il 4,13% paga il 33,6% e considerando infine i redditi sopra i 35.000 euro lordi, l’11,28% paga il 52,5% di tutta l’IRPEF.
Infine, se si tiene conto dell’effetto Bonus da 80 euro di cui hanno fruito 11.291.064 di contribuenti con redditi fino a 29.000 euro, per uno sgravio di 6,076 miliardi di euro, il totale IRPEF versato diminuisce a 160,976 miliardi euro e l’imposta media pagata per queste fasce di reddito si riduce da 54 euro a 40 euro per redditi fino a 7.500 euro, da 601 euro a 451 euro per quelli da 7.500 a 15.000 euro e da 1665 euro a 1.469 euro per redditi da 15.000 a 20.000 euro. Chi pagherà i 45,3 i miliardi di euro per coprire i costi del servizio sanitario e i 98 miliardi circa della spesa per assistenza? Come si potranno pagare le pensioni agli oltre 10 milioni di soggetti che non dichiarando nulla ai fini IRPEF ovviamente sono anche privi di contribuzione?

Lavoratori dipendenti, autonomi e pensionati

Quello che spaventa, sin qui, è che la gran parte dei 37 milioni di concittadini (redditi da zero a 20.000 euro annui lordi) sono a quasi totale carico del 11,28% dei contribuenti che dichiarano oltre il 52% di tutta l’IRPEF. Le categorie dei contribuenti sono i lavoratori dipendenti, gli autonomi e i pensionati; vediamo di seguito quanto è il loro apporto alle finanze pubbliche:

1) Su un totale IRPEF versata di 167 miliardi i lavoratori dipendenti ne pagano 99 miliardi pari al 60%del totale; rappresentano la metà dei contribuenti (sono 20,459 milioni su un totale di 40,7 milioni) ma ben il 54% dei dichiaranti redditi positivi (16,462 milioni su 30,728 milioni). I lavoratori dipendenti censiti negli archivi INPS sono circa 16,5 milioni il che significa che quasi il 100% è “fedele contribuente”. In termini di redditi troviamo 19.000 soggetti con redditi dichiarati oltre i 300 mila euro che pagano un’imposta pro capite di 182.650 euro l’anno, esattamente come 609 lavoratori con redditi da zero a 15.000 euro. Giusto per rendere evidente la situazione, i suddetti 19.000, pari allo 0,09% dei contribuenti, pagano più tasse del 36,5% dei contribuenti con redditi fino a 15.000 euro (il 5,26% contro il 3,41%). I lavoratori con oltre 100 mila euro di reddito sono l’1,17% (circa 240.000) e versano il 17,5% dell’IRPEF. Tra i 20 e i 55 mila euro troviamo il 43,2% dei lavoratori dipendenti che versano il 55% di IRPEF, per una media tra 3.277 e 7.476 euro.

2) Tutt’altra musica per i lavoratori autonomi; se ne stimano (Istat e Censis) circa 7,5 milioni ma i dichiaranti sono 5,457 milioni di cui i versanti con redditi positivi solo 2,8 milioni. Il primo gruppo di lavoratori autonomi (pari al 77% del totale), dichiara redditi tra 3.500 e 11.000 euro lordi l’anno e paga un’IRPEF media di circa 200 euro l’anno. Il successivo 15,90% di autonomi con redditi tra i 15 e i 35.000 euro, paga un’IRPEF media di circa 1.500 euro, insufficiente per coprire i costi della sola sanità. In pratica solo il 6,45% degli autonomi(351 mila) paga imposte sufficienti mentre il restante 93,55% (non considerando i quasi 2 milioni che non risultano al fisco) è a carico di altri lavoratori. Il totale IRPEF pagata da questi lavoratori è pari a 9,6 miliardi cioè il 5,7% del totale.

3) I pensionati pagano 58,581 miliardi di IRPEF (il 35% del totale Italia); i dichiaranti sono 14,799 milioni (meno dei 16,259 milioni censiti da INPS) di cui i versanti positivi sono 11,449 milioni. Il 46,1% (circa 7 milioni di pensionati), pagano un’IRPEF media di circa 350 euro l’anno da imputare non tanto alla pensione quanto ad altre entrate o rendite essendo la no tax area pari a 7.500 euro l’anno per i pensionati con meno di 75 anni e 7.750 per quelli da 75 e più anni (arriverà per tutti a 8.000 euro). Inoltre occorre considerare che su 3.964.000 prestazioni assistenziali (invalidità, accompagnamento, pensione e assegno sociale e pensioni di guerra) e sulle prestazioni con integrazione al minimo e maggiorazione sociale (altre 4.467.000 di assegni in pagamento) non si paga l’IRPEF salvo che il pensionato possegga altre entrate. Per correttezza di esposizione pare giusto ricordare che gran parte dei pensionati assistiti non ha pagato i contributi sociali nei 65 anni di vita attiva e quindi neppure l’IRPEF; tra questi, in base ai dati fin qui esaminati, una buona parte sono ex lavoratori autonomi o operanti in agricoltura (operai a 51 o 101 giornate l’anno). Tra i pensionati i redditi sono distribuiti in modo più regolare, anche nel finanziamento della spesa sanitaria: il 18,37% paga  un’IRPEF media di 1.870 euro, il successivo 25,28% 3.500 euro all’anno. Anche per i pensionati il 10,26% dei contribuenti paga il 46,81% di tutta l’IRPEF a carico dei pensionati.

Addizionali regionali e comunali

Le addizionali IRPEF (regionali e comunali) in un sistema di federalismo imperfetto servono principalmente per finanziare la spesa sanitaria per le Regioni e il welfare territoriale per i Comuni; ovviamente, come si può notare, gli importi sono insufficienti.

Per le addizionali Regionali l’importo complessivamente versato è di 11,384 miliardi di Euro e i versanti complessivamente sono 29.806.053 ovvero il 97% dei contribuenti IRPEF (30.728.956): oltre 900.000 contribuenti non sono quindi soggetti a tale imposta. A livello totale, l’aliquota media applicata risulta l’1,57% con un versamento medio di 382 Euro annui cui corrispondono 256 Euro per abitante. Si evidenzia come solo 8 regioni (Molise, Campania, Lazio, Piemonte, Calabria, Sicilia, Abruzzo ed Emilia Romagna) applichino un’aliquota media superiore all’1,57 e come le 10 regioni con le aliquote più alte versino 6.892.212 euro, pari al 61% del totale.

Per l’Addizionale Comunale, l’importo complessivamente versato dagli 8.050 comuni è di 4,483 miliardi di euro e i versanti complessivamente sono 25.432.456 ovvero 82,8% dei contribuenti IRPEF (30.728.956): quasi 5,3 milioni di contribuenti non sono quindi soggetti all’imposta. L’aliquota media applicata risulta lo 0,62% con un versamento medio di 176 Euro annui pari a 87 Euro per abitante. Per quanto riguarda i singoli comuni la tabella seguente indica le fasce di aliquote applicate. Si nota come i piccoli comuni (circa 1.900 pari al 24%) non applichino o richiedono aliquote molto basse mentre il grosso dei comuni (circa 5.000 pari al 61% dei comuni con il 78% degli abitanti) applicano aliquote tra lo 0,45% e l’80% versando 4.194.855.778 euro. Per quanto riguarda il versamento medio solo 1.222 comuni superano la media di 176 euro con le punte di Portofino (1.102 euro) e Nova Levante Welschnofen (1.005 euro) nonostante le basse aliquote medie mentre per il versamento pro capite, solo 1.770 comuni superano la media di 87 euro.

Il peso del welfare sul debito pubblico

Quanto finora affermato, ci spinge a verificare l’incidenza del welfare sul debito pubblico dato che il debito pubblico è uno, se non il principale, dei problemi del nostro Paese e che nel settembre del 2016 ha toccato la stratosferica cifra di 2.252 miliardi di euro (dato Bankitalia 15/9/16).

Perché è un problema?

1) Perché ci costa mediamente ogni anno circa 70 miliardi di euro di interessi pari al 4,5% del PIL; e ci va bene che i tassi continuino a restare bassi poiché, in caso di aumento, per noi sarebbero davvero problemi seri.

2) perché questi soldi sono sottratti agli investimenti, allo sviluppo, al finanziamento della ricerca, alla creazione di brevetti; in una parola al futuro e ai giovani che lo impersonano. E’ inutile poi stracciarsi le vesti se centinaia di giovani vanno all’estero perché da noi le occasioni di lavoro, di ricerca di sviluppo sono modeste se si continua a chiedere allo Stato e quindi a tutti noi, più soldi per le pensioni, per la sanità, per l’assistenza a invalidi e bisognosi. Si parla di “generazione perduta”, forse è una definizione un poco esagerata (le cose non erano rosee neppure nel periodo post bellico con una quantità enorme di lavoro irregolare) ma certo di soldi per i giovani, i “cosiddetti bisognosi” ne lasciano pochi.
Sulla base dell’anticipazione del 6° Rapporto sulla Regionalizzazione del Bilancio Previdenziale Italiano, realizzato da Itinerari Previdenziali, una parte consistente di debito pubblico è causata dai disavanzi previdenziali degli Enti pensionistici e assistenziali pubblici

La sintesi del 2015: previdenza e assistenza

-I pensionati sono 16.259.491 in calo di 80.114 (- 0,492%) rispetto al 2014; dopo il picco del 2008, il numero di pensionati è calato fisiologicamente riattestandosi ai valori del 1998. Il numero di prestazioni in pagamento è anch’esso diminuito a 23.095.567 (- 102.907 prestazioni pari al – 0,44% rispetto al 2014), riportandosi sui valori del 2004. Interessante è il rapporto tra numero di prestazioni in pagamento e numero dei pensionati; in pratica ogni pensionato (ogni testa) riceve in media 1,427 prestazioni, uguali al 2014 il che porta la pensione media da 12.136 euro annui (erano 11.695 nel 2014) a 17.323 euro (16.638 l’anno prima), ben al di sopra dei mille euro al mese (vedasi capitolo 7). Nonostante il calo del numero di prestazioni e quello dei pensionati, la spesa per prestazioni e soprattutto, come vedremo più avanti, quella assistenziale è aumentata e ciò si riflette nell’incremento della pensione media (+ 4,12%) incremento più elevato rispetto ai salari e stipendi dei lavoratori attivi.
Altro dato fondamentale per la tenuta del nostro sistema pensionistico che funziona secondo lo schema della “ripartizione” è il rapporto tra occupati e pensionati che nel 2015 è pari soltanto a 1,388 attivi per pensionato. Infine il rapporto tra numero di prestazioni in pagamento e popolazione indica che è in pagamento una prestazione ogni 2,627 abitanti; in pratica una prestazione per famiglia il che fa capire quanto sia sensibile l’argomento pensioni.

-Il quadro contabile: nel 2015 la spesa pensionistica relativa a tutte le gestioni (al netto della quota GIAS evidenziata in tabella 1a) è stata pari a 217.863 milioni di euro contro i 216.107 dell’anno precedente, con un aumento dello 0,81% (+ 0,69% il 2014 sul 2013); le entrate contributive, comprensive dei trasferimenti per coperture figurative, sgravi e agevolazioni contributive pari a 15.032 milioni di euro contro i 16.948 milioni dell’anno prima (non è ricompreso nelle entrate il contributo aggiuntivo di 10.800 milioni di euro a carico dello Stato, di cui alla legge n. 335/1995, destinato al finanziamento della CTPS, Casse Trattamenti Pensionistici degli Statali), sono risultate pari a 191.333 milioni di euro, rispetto ai 189.593 milioni del 2014 segnando un incremento dello 0,91% (+ 0,12% il 2014/2013) ed evidenziando così un saldo negativo tra contributi e prestazioni di 26.530 milioni con un lievissimo incremento dello 0,04% rispetto al disavanzo di 26.519 di euro del 2014 (+ 4,95% il 2014/2013).
Le gestioni in attivo sono solo 3 a livello INPS: la gestione Commercianti con 603 milioni, (erano 521 milioni nel 2014), la gestione dei Lavoratori dello Spettacolo con 422 milioni (279 l’anno prima) e la gestione parasubordinati con 7.198 milioni, in crescita del 3,7% rispetto ai 6.943 del 2014; presentano un attivo di bilancio tutte le Casse dei liberi professionisti (con l’eccezione dell’INPGI e della Cipag), con un saldo positivo di 3.452 milioni di euro (3.364 nel 2014). Senza questi attivi, il disavanzo generale di bilancio sarebbe passato a 38,205 miliardi.
Le gestioni che hanno avuto i più alti passivi sono: la gestione dei Dipendenti Pubblici con un passivo di 28.980 milioni di euro (26.875 nel 2014), la gestione ex Ferrovie dello Stato che presenta per il 2015 un pesante saldo negativo di 4.233 milioni di euro; la Gestione Artigiani con un saldo negativo di 3.641 milioni di euro (3.541 l’anno prima); la gestione Coltivatori Diretti, Coloni e Mezzadri con un saldo negativo di 3.123 milioni di euro (3.146 milioni l’anno precedente); considerando anche l’intervento della GIAS il costo complessivo a carico della fiscalità generale è di 5,06 miliardi di euro. Il Fondo Trasporti con un risultato di esercizio negativo per 1.064 milioni.
-Il carico fiscale sulle pensioni: per il 2014 l’ammontare totale dell’IRPEF sulle pensioni è stato pari a 44,750 miliardi di euro (42,9 miliardi di euro nel 2014), di cui 29,6 per i pensionati privati INPS, 14,962 per i pensionati ex Inpdap (dipendenti pubblici) e 0,195 miliardi per gli ex Enpals (sportivi e spettacolo). A questi importi vanno aggiunti 3,312 miliardi di addizionale regionale e 1,332 miliardi di addizionale comunale, per un totale complessivo di 49,394 miliardi, livello più elevato di sempre3. Dalla ripartizione del carico fiscale tenuto conto che i redditi dei pubblici dipendenti sono in linea se non a volte più bassi di quelli del settore privato, emerge l’enorme evasione contributiva pregressa che ha avuto il doppio perverso effetto di tener basse le prestazioni e di beneficiare delle prestazioni correlate ai redditi esenti fiscalmente; infatti i dipendenti pubblici che rappresentano solo il 17% del totale dei pensionati ma pagano 1/3 di tutte le tasse. Del restante 83% di pensionati, circa 7 milioni non pagano imposte perché percepiscono assegni da 1 a 2 volte il minimo e con le detrazioni azzerano pressoché il carico fiscale; gli altri 3,8 milioni di pensionati (tra due e tre volte il minimo) pagano una imposta modestissima (si veda tabella 12.6.3 tratta dall’Agenzia delle Entrate). Restano 2,7 milioni di pensionati che si accollano la gran parte dei 29,6 miliardi di IRPEF. In sostanza l’intero carico fiscale sulle pensioni grava su circa il 30% dei pensionati, e in gran parte su quei 770.00 pensionati che hanno pensioni sopra i 3 mila euro lordi il mese, il che dovrebbe far molto riflettere poiché la maggior parte dei pensionati esenti da tasse ne ha pagate molto poche, o addirittura nulla, quando era un lavoratore attivo.
-La spesa per pensioni di natura previdenziale: nel 2015 la spesa pensionistica ha raggiunto i a 217.895 milioni di euro mentre le entrate contributive sono state pari a 191.333 milioni di euro per un saldo negativo di 26.565 milioni.

-La spesa per l’assistenza: la spesa classificata come “assistenziale”, si compone delle prestazioni per gli invalidi civili con relative indennità di accompagnamento, delle pensioni e assegni sociali e delle pensioni di guerra. L’insieme di questi interventi assistenziali ha riguardato 4.040.626 soggetti, (ci potrebbero essere duplicazioni) per un costo totale annuo di 21.237 miliardi (20,779 nell’anno precedente). In questi ultimi 5 anni sono in continua crescita le pensioni di invalidità civile, e le indennità di accompagnamento che per il 2015 riguardano 934.995 soggetti e 2.045.804 prestazioni d’accompagnamento. In crescita anche le pensioni e gli assegni sociali giunti a 857.003 mentre le pensioni di guerra, in calo fisiologico, si attestano a 74.649 dirette (che dal 2014 comprendono anche gli indennizzi della legge n. 210/92) e 128.175 indirette. Per completare l’analisi, agli interventi assistenziali puri vanno aggiunte le altre prestazioni di natura assistenziale che nel 2015 sono tutte in calo rispetto agli anni precedenti e sono: a) l’importo aggiuntivo delle pensioni che va a 517.717 beneficiari di cui quasi il 70% a donne, previsto dalla legge finanziaria per il 2001 (legge 23/12/2000 n. 388) a favore di titolari di pensioni che non superano l’importo del trattamento minimo del FPLD, per un costo di 78,7 milioni di €; b) le pensioni con maggiorazioni sociali per livelli reddituali bassi pari a 947.212 di cui il 70% circa erogate a donne con importi medi annui di circa 1.480 euro e un costo totale di 1,4 miliardi; c) l’importo aggiuntivo, la cosiddetta quattordicesima, istituita dalla legge n.127 del 7/8/2007 corrisposta ai titolari di pensione con 64 anni e più il cui reddito complessivo non supera 1,5 volte il trattamento minimo del FPLD per un totale di 2.199.756 prestazioni, in calo rispetto agli anni precedenti ma destinata ad aumentare dal 2017 a seguito della legge di bilancio per il 2017, con importo medio di 396 euro, con beneficiari per il 77% donne e un costo totale di 815,8 milioni di euro; d) le integrazioni al minimo i cui beneficiari sono 3.318.021 per un costo totale di 9,345 miliardi (in calo negli ultimi 5 anni).

L’insieme di questi trattamenti, nel 2015 ha riguardato 4.040.626 beneficiari per le prestazioni assistenziali pure (parte prima della tabella 12.9) e 4.265.233 soggetti beneficiari di integrazioni al minimo e maggiorazioni sociali, per un totale di 8.305.859 beneficiari (in riduzione nei 5 anni) cioè il 51,34% dei pensionati. A tale numero andrebbe sottratta una parte delle pensioni di invalidità che beneficiano anche dell’assegno di accompagnamento mentre non sono state calcolate la quattordicesima e l’importo aggiuntivo perché nella maggior parte dei casi riguardano soggetti già beneficiari di altre prestazioni assistenziali (invalidità, integrazioni al minimo e maggiorazioni). Anche con queste precisazioni comunque il numero delle pensioni assistite rispetto al totale è molto alto e non riflette la situazione economica generale del Paese. Il costo totale dei trattamenti assistenziali per il 2014 (escludendo le integrazioni al minimo che pur rappresentando un intervento assistenziale, sono pagate in maniera mutualistica dalle singole gestioni e quindi non sono sommabili alle quote degli altri interventi assistenziali) ammonta a 23.532 milioni, completamente a carico della fiscalità generale; si sottolinea che tutte queste prestazioni (comprese le integrazioni al minimo) non sono soggette a imposizione fiscale. A riprova di quanto stia pericolosamente aumentando la spesa assistenziale, nel 2015 su 100 prestazioni liquidate (poste in pagamento) ben il 51% sono assistenziali. Lo stesso andamento lo troviamo anche per le spese assistenziali a carico della fiscalità generale.

-La spesa per la LTC: all’interno della spesa assistenziale di cui sopra, la quota che possiamo classificare come spesa per la non autosufficienza (LTC) è pari a 15.235 milioni di €, (0,93% del PIL). Secondo i dati della RGS la spesa pubblica complessiva italiana si attesta sull’1,9% del PIL e la restante parte è inserita nella spesa sanitaria.


-La spesa a carico della fiscalità generale: il nostro sistema di protezione sociale prevede che la spesa pensionistica sia finanziata con un’aliquota di scopo cioè i “contributi sociali”. Come però abbiamo visto, una buona parte delle prestazioni erogate sono di natura assistenziale; poi ci sono i disavanzi di gestione che non possono essere imputati al sistema pensionistico in quanto trattasi di pesanti oneri a seguito di mutamenti del quadro economico e sociale (si pensi al passaggio dall’economia agricola a quella industriale che ogni anno genera oltre 5 miliardi di disavanzi del settore agricolo) o l’estensione di benefici pensionistici ai lavoratori autonomi (equiparazione delle modalità di calcolo a quelle dei lavoratori dipendenti pur in presenza di aliquote di versamento pari a meno della metà dei dipendenti il che genera oltre 3,5 miliardi di disavanzi annui); ma anche le ristrutturazioni aziendali (poste, ferrovie, compagnie aeree, siderurgia, settore carta, porti, che portano in “dote” passivi per oltre 7 miliardi l’anno) o le baby pensioni del pubblico impiego. Le sottocontribuzioni al sud fino agli anni 2000, gli sgravi contributivi, gli esodati e molto altro. Tutte spese imputate alle pensioni ma che in realtà dovrebbero far parte della quota assistenziale e non a caso la stragrande maggioranza di questi interventi vengono finanziati dalla GIAS (gestioni interventi assistenziali) e ogni anno gli importi occorrenti vengono traferiti all’INPS/GIAS con la legge di bilancio.

Ma quanto costano tutte queste agevolazioni e interventi? La prima quota a carico della fiscalità generale pari a 72,172 miliardi va a coprire le prestazioni assistenziali di tabella 12.10, i prepensionamenti e gli esodati, le pensioni baby, e i disavanzi di gestione sopra indicati. Poi ci sono 18 miliardi per coprire gli sgravi contributivi (uno dei peggiori mali dei sistemi pensionistici), altri 8,8 per il mantenimento del salario per inoccupazione non coperto come per i dipendenti da contributi; infine oneri per il sostegno alla famiglia (assegni familiari o assegni al nucleo familiare) per 4,6 miliardi. Nel conteggio non consideriamo l’apporto dello Stato alla gestione dei dipendenti pubblici (evidenziato in tabella 1a, nota 1) e in assenza delle quali il disavanzo complessivo sarebbe ulteriormente aumentato, pari a 10,8 miliardi.
In totale quindi l’onere a carico della fiscalità generale è ammontato a 103,673 miliardi (sempre escludendo i 10,8 miliardi che potremmo anche contabilizzare come contributi del datore di lavoro Stato pari) a 6,33 punti di PIL (in crescita rispetto agli anni precedenti). A queste cifre andrebbero aggiunti gli importi delle spese assistenziali sostenute dagli Enti Locali che non risultano nelle spese per welfare a causa di carenze nella contabilità nazionale, ma che abbiamo stimato nella tabella 12.1.
In definitiva per mantenere l’attuale livello di prestazioni sociali il costo complessivo non coperto da contributi sociali e quindi a carico della fiscalità generale, ammonta a 103,673 miliardi per l’assistenza, 112,4 per la sanità e circa 9,95 miliardi per il welfare degli enti locali per un totale di 226 miliardi. Si tratta, se confrontata con i livelli di contribuzione sociale e di pagamento IRPEF – si veda il capitolo – di una gigantesca redistribuzione che vale 3.730 euro per abitante ma molto di più per i beneficiari che non pagano né imposte né contributi o ne pagano in misura modesta.

-La pensione media: Premesso che le pensioni “retributive” (INPS e Casse), sono in media più “generose” rispetto a quelle derivanti dal metodo di calcolo contributivo4, che tale concetto vale ancor di più per i lavoratori autonomi e gli agricoli, che molte pensioni sono integrate da prestazioni assistenziali e che in molti casi l’importo medio del contributo per alcune categorie è addirittura inferiore al massimale deducibile di 5.164 euro previsti per la previdenza complementare, in tabella 12.12 sono stati calcolati gli importi medi delle pensioni e il rapporto tra pensione media e reddito medio. La graduatoria è guidata dai Notai (sono pensioni totalmente coperte da contributi), seguiti dai docenti universitari, dai Giornalisti, dai dirigenti di azienda e dagli iscritti al fondo Volo (prevalentemente Alitalia); seguono i Commercialisti e più distanziati gli Avvocati, i lavoratori del settore telefonico e i Ragionieri.
Ma se consideriamo anche gli Enti e gli organi Costituzionali (capitolo 7.1) il primo posto in classifica spetta ai Giudici della Corte Costituzionale con 200 mila euro, seguiti dai senatori in pensione (oltre 91 mila euro all’anno), dai deputati e consiglieri regionali; subito dopo i notai troviamo i pensionati della Suprema Corte con oltre 68 mila euro annui, seguiti dal personale in quiescenza della Camera, Senato e Presidenza della Repubblica che appaiano i Giornalisti. Ottimo il “piazzamento” dei dipendenti in pensione della Regione Sicilia.

Il Rapporto fino al 2012 era redatto dal Nucleo di Valutazione della Spesa Previdenziale (Nuvasp), istituito dalla legge n. 335/1995 (riforma Dini), e veniva trasmesso annualmente al Ministro del Lavoro e da questo alle Camere. Per un insieme di motivi è cessato nel maggio del 2012 e si è creato così un vuoto non coperto, se non in modo parziale, da altre pubblicazioni. Per colmare questo vuoto, con il contributo di soggetti privati è stata ricostruita con un lungo e complesso lavoro di “data entry”, la banca dati ampliata, rispetto a quella del Nuvasp, anche alle gestioni assistenziali, a quelle relative alle “prestazioni temporanee” e alla Regionalizzazione con la tecnica dei flussi di cassa, unica nel suo genere. Dal 2014 l’elaborazione dei dati e la redazione del Rapporto sono curate dal Comitato Tecnico Scientifico e dagli esperti del Centro Studi e Ricerche di Itinerari Previdenziali, (molti dei quali già componenti o collaboratori del Nuvasp) e il Rapporto stesso viene messo a disposizione del Ministro del Lavoro, delle Istituzioni italiane e internazionali e di tutti i soggetti interessati ai temi della previdenza sociale nella versione italiana e inglese.

Tags

Condividi questo articolo