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Nativo digitale? Non è sinonimo di buon manager

Il termine digitale viene oggi profusamente abbinato a prodotti o attività per evidenziare l’impiego delle tecnologie ICT di ultima generazione. L’uso di questa etichetta e l’enfasi sul tema della digital disruption quando abusati danno un segnale di scarsa maturità nel trattare proprio quelle tecnologie digitali che si vorrebbero far risaltare secondo quanto scrive Severino Meregalli, membro scientifico del Devo Lab e Associate Professor of Practice di Information Systems presso SDA Bocconi School of Management, in questo numero di via Sarfatti 25 , la rivista della Bocconi. Questa ubriacatura da digitale può trovare molte giustificazioni, ma bisogna recuperare al più presto una certa sobrietà responsabile se si vuole davvero passare ad uno sfruttamento più consapevole e contemporaneo di queste opportunità tecnologiche. 

Oggi è normale e dovere di qualunque manager che vive il suo tempo tenere conto di tutto ciò che il mondo delle tecnologie dell’innovazione digitale ci mette a disposizione per generare valore in un contesto che è e sarà caratterizzato da una innovazione continua. Questo modo di approcciare le tecnologie digitali, può essere chiamato “post-digital” che secondo la definizione di Fraser Speirs del 2012 è quello stato mentale in cui “dai per scontato il digitale, non te ne meravigli”.
Una visione sensazionalistica e poco matura delle tecnologie digitali comporta molti rischi come quello di sopravvalutare gli effetti di queste innovazioni e di affidarsi a luoghi comuni poco utili per trasformare in valore l’enorme potenziale tecnologico a disposizione delle imprese. Valga come esempio l’idea che l’avvento dei cosiddetti nativi digitali in ruoli direzionali porterà automaticamente ad un aumento della capacità delle imprese nell’adozione e nello sfruttamento delle tecnologie digitali. Sarebbe come dire che chi padroneggia con naturalezza la guida di un veicolo ha le caratteristiche necessarie per essere un manager di successo nel settore dell’automotive. Eppure, questa convinzione si è diffusa rapidamente con la conseguente banalizzazione dell’importanza delle conoscenze tecnologiche e manageriali necessarie per comprendere e sfruttare la cosiddetta rivoluzione digitale. Se invece per “nativi digitali” intendiamo indicare giovani manager con una profonda conoscenza delle tecnologie digitali e dei loro effetti sul business allora stiamo descrivendo un profilo professionale di cui sente sicuramente la mancanza, ma che come tutti i profili eccellenti non si ottiene grazie alla sola afferenza generazionale.

Oggi, secondo Meregalli, viviamo in una sorta di provincialismo digitale che, una volta esaurito l’entusiasmo iniziale, diviene uno dei maggiori ostacoli per una diffusione matura e consapevole di queste tecnologie. Il nonno che si vanta di quanto sia bravo il nipotino col tablet e lo immagina come futuro imprenditore digitale non ricorda che lui stesso era un fenomeno con il Meccano, che suo figlio lo era con il Lego e che, nonostante ciò, la loro carriera probabilmente non si è sviluppata nel campo delle costruzioni e dell’ingegneria. La nostra epoca è digitale e le imprese saranno nativamente immerse in un mondo in perenne evoluzione tecnologica, facciamocene alla svelta una ragione e promoviamo percorsi formativi che aiutino a sviluppare un pensiero critico e informato per fare impresa in un contesto che è e sarà digitale per natura.

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