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Licenziamento per profitto: facciamo il punto

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 25201 del 7 dicembre 2016, ha affermato che un licenziamento individuale potrà essere considerato legittimo, anche solo se finalizzato alla mi8gliore e più proficua redditività dell’azienda, e pertanto finalizzato alla ricerca del maggior profitto.

In tal senso, per essere legittimo e giustificato il recesso, non è più necessario il dover far fronte ad una crisi economica o perdita di bilancio che metta a rischio l’andamento della stessa azienda.

È un principio abbastanza rivoluzionario, secondo l’avv. Luca Failla founding partner LabLaw, perché nelle poche pronunzie che l’avevano menzionato, il tema era stato affrontato, ma in modo sottomesso ed era comunque un orientamento abbastanza minoritario, mentre l'orientamento maggioritario, al contrario, riteneva che il profitto, fosse totalmente inidoneo a giustificare i licenziamenti per giustificato motivo oggettivo e quindi per licenziare si doveva necessariamente essere in crisi.

Nel dettaglio la Sentenza riporta: È sufficiente che il licenziamento sia determinato da ragioni inerenti all’attività produttiva, all’organizzazione del lavoro e al regolare funzionamento di essa, tra le quali non possono essere aprioristicamente o pregiudizialmente escluse quelle che attengono ad una migliore efficienza gestionale o produttiva ovvero anche quelle dirette ad un aumento di produttività d’impresa.

La sentenza n. 25201 rappresenta uno spartiacque, seocndo l'avv. Failla, perché il nostro è un Paese di matrice sostanzialmente cattolica, con una grande tradizione di tutela nei confronti dei lavoratori, l'orientamento che ci portiamo dietro da gli anni ‘60 dallo Statuto dei lavoratori. D’ora in avanti, invece anche i nostri giudici dovranno fare i conti con questo orientamento notevolmente diverso, più vicino agli orientamenti di matrice nord europea.

Il problema è che dobbiamo fare i conti con lo stato della giurisprudenza e sapere esattamente per aziende e lavoratori, come sono le regole del gioco, con quali principi il nostro ordinamento si confronta con questa sentenza.

Le aziende dovranno provare quando vogliono sopprimere una posizione, di averla effettivamente soppressa e che la decisione sia seria, ragionata, economicamente sostenibile, ma non spetterà più al giudice, come in passato di entrare nel merito. Il giudice non potrà sostituirsi all'imprenditore, ma potrà valutare che non ci siano profili di discriminazione nei confronti di quel lavoratore, nella scelta di quel lavoratore piuttosto che di un altro e dovrà verificare, all'interno di quella azienda, che non ci fossero posizioni alternative a cui potesse essere assegnato quel lavoratore, anche di livelli inferiori, anche con una modifica in peius delle mansioni.

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