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Le scelte di investimento delle famiglie italiane

 Le scelte di investimento delle famiglie italiane
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Nel corso del 2016, in linea con gli andamenti rilevati nell’area euro, è proseguita la crescita del reddito disponibile delle famiglie italiane, la cui ricchezza netta è rimasta invece sostanzialmente stabile attorno ai livelli pre-crisi.Il tasso di risparmio domestico è lievemente aumentato, anche se continua ad attestarsi a un livello inferiore ai valori di lungo periodo e alla media dell’Eurozona. Questo è quanto emerge dal Rapporto Consob 2017 sulle scelte di investimento delle famiglie italiane (scaricabile qui a destra). Gli indicatori di indebitamento delle famiglie – pur superiori al dato registrato prima del 2007 – rimangono significativamente più contenuti di quelli europei. Nel mercato del credito, i prestiti alle famiglie hanno raggiunto il livello più alto dell’ultimo triennio, sebbene soprattutto in Italia la domanda mostri un andamento discontinuo.

Conoscenze finanziarie e tratti comportamentali

Le rilevazioni per il 2016 confermano che le competenze degli italiani in materia di investimenti finanziari rimangono limitate, sia per i profili attinenti alle conoscenze sia per gli aspetti relativi ad attitudini e modelli decisionali. Per quanto riguarda le conoscenze, nozioni di base quali inflazione, tasso di interesse semplice, relazione rischio-rendimento e diversificazione di portafoglio rimangono oscure per la maggior parte degli intervistati (la percentuale di definizioni corrette oscilla infatti tra il 33% e il 53%), mentre  registrano livelli di comprensione significativamente inferiori (tra il 10% e il 18%) concetti più sofisticati riguardanti talune dimensioni descrittive del rischio di un prodotto finanziario, ricorrenti nell’informativa destinata ai risparmiatori. Non sorprende che il 20% dei decisori finanziari affermi di non avere familiarità con alcun prodotto (il dato si attesta al 15% per il sottocampione degli investitori) e che il restante 80% dichiari più frequentemente di conoscere depositi bancari, titoli di Stato e obbligazioni bancarie, in linea con abitudini di investimento storicamente orientate dalla importante offerta di titoli del debito pubblico e dalle modalità di funding delle banche italiane.

Parimenti non stupisce che oltre un terzo degli intervistati abbia difficoltà a valutare la rischiosità delle opzioni di investimento più note. Tale circostanza suggerisce cautela nell’interpretazione delle rilevazioni sulla propensione al rischio degli individui basate, ad esempio, sulle preferenze dichiarate in materia di allocazioni alternative di portafoglio. Le evidenze del Rapporto mostrano, infatti, che il 59% degli intervistati che affermano di preferire una composizione di portafoglio a prevalenza azionaria ritiene che le azioni siano meno rischiose delle obbligazioni. La rilevazione dell’attitudine al rischio può divenire ancora più complessa se le preferenze degli individui variano a seconda delle modalità di presentazione dell’informazione (cosiddetto framing effect). Nel campione considerato, questa attitudine connota poco più del 30% degli intervistati. In un terzo dei casi, inoltre, le preferenze mostrano una certa instabilità anche rispetto all’orizzonte temporale considerato, suggerendo una tendenza alla procrastinazione che può avere un impatto significativo sulla qualità delle scelte economicofinanziarie.

Le abitudini e le competenze in materia di risparmio e investimenti sono dovute prevalentemente all’interesse personale (circa un terzo degli intervistati), seguito dalla gestione del budget familiare (15%) e dall’esperienza in tema di finanza e investimenti (11%). L’interesse ad apprendere e approfondire le materie finanziarie viene espresso da quasi la metà dei partecipanti alla rilevazione, registrando valori più elevati quando si identifica in maniera esplicita l’utilità che una maggiore conoscenza può avere rispetto al perseguimento di uno specifico obiettivo (ad esempio, scegliere un consulente finanziario o gestire le finanze personali). Accanto alle conoscenze finanziarie effettive è altresì importante rilevare le conoscenze percepite, poiché i comportamenti e le attitudini all’investimento possono essere orientati anche (o solo) dall’autovalutazione. La relazione tra conoscenze effettive e conoscenze percepite presenta un disallineamento all’incirca nel 40% dei casi, che (soprattutto rispetto alle nozioni più sofisticate) si traduce prevalentemente in una sopravvalutazione della propria literacy.

Tale attitudine è più frequente tra gli uomini, gli individui nelle fasce centrali di età, coloro che sono in possesso di un diploma di laurea e coloro che mostrano un livello di conoscenze finanziarie più elevato. Il livello di apprensione sperimentato nel prendere decisioni attinenti alla gestione del denaro costituisce un ulteriore fattore che può condizionare comportamenti e scelte. Circa la metà degli intervistati (in particolare i soggetti con conoscenze finanziarie più limitate) dichiara di provare ‘ansia finanziaria’, mentre un terzo del campione esibisce un’attitudine ottimistica nel valutare le prospettive economiche e finanziarie sia personali sia generali. L’ansia finanziaria sembrerebbe scoraggiare la propensione a sopravvalutare le proprie competenze, a differenza dell’interesse nelle materie finanziarie e della tendenza all’ottimismo, che mostrano viceversa una correlazione positiva. Elevata avversione alle perdite e bassa propensione al rischio rimangono caratteristiche molto comuni tra i risparmiatori italiani, che dichiarano una netta preferenza per i prodotti a capitale protetto e/o a rendimento garantito.

Pianificazione finanziaria e risparmio

Le scelte di investimento si collocano a valle di un articolato processo decisionale che, a partire dalla pianificazione finanziaria e dalla gestione del bilancio familiare, conduce alla formazione del risparmio e alla sua allocazione in impieghi finanziari, assicurativi e previdenziali. La filiera del risparmio viene quindi definita anche dalla capacità degli individui di pianificare e monitorare (cosiddetto financial control). Le rilevazioni per il 2016 restituiscono al proposito un quadro degno di attenzione. Sebbene più della metà degli intervistati riferisca di controllare entrate e uscite familiari, solo il 24% lo fa in modo molto accurato, ossia con il supporto di note scritte o di strumenti digitali, e solo il 13% rispetta il budget sempre.

Inoltre, l’abitudine a pianificare e monitorare gli obiettivi raggiunti nel tempo è segnalata da poco meno del 25% del campione. I comportamenti ‘virtuosi’ si associano positivamente a conoscenze (sia effettive sia percepite) e a interesse nelle materie finanziarie, mentre diventano meno frequenti al crescere dell’età e tra i soggetti più ansiosi nella gestione delle finanze personali. Pianificare aiuta ad affrontare con consapevolezza riduzioni (temporanee o permanenti) del reddito disponibile, fattore quest’ultimo cruciale nella formazione del risparmio. Quasi un terzo del campione (e ancor più se si considera solo il sottogruppo di soggetti che non effettuano alcuna programmazione finanziaria) non è in grado di stimare il ridimensionamento del tenore di vita che si dovesse rendere necessario per affrontare una contrazione di un terzo delle entrate familiari. Tale circostanza può sollevare criticità per il 30% delle famiglie che, alla fine del 2016, riferisce di aver subito una contrazione del reddito.

Con riferimento alle abitudini di risparmio, il 60% degli intervistati dichiara di risparmiare prevalentemente in maniera regolare, mentre i restanti non sono in grado di farlo a causa di vincoli di bilancio molto stringenti ovvero perché indebitati (a fine 2016, circa il 42% delle famiglie ha in essere un mutuo ipotecario ovvero un finanziamento per le spese correnti). La propensione a risparmiare, ovviamente crescente al crescere del reddito, si associa positivamente alle conoscenze finanziarie, al financial control e all’interesse nelle materie finanziarie. Il dato registra invece valori più contenuti tra coloro che riportano di provare ansia verso le scelte economico-finanziarie. Il movente precauzionale guida il 70% circa dei risparmiatori, mentre solo il 32% associa il risparmio a un obiettivo specifico di breve o di lungo periodo. Più del 70% dei decisori finanziari si attribuisce capacità almeno nella media con riferimento alle scelte di risparmio (il dato si attesta rispettivamente all’86% per quelle guidate dalla necessità di fronteggiare spese programmate e al 72% con riguardo al risparmio previdenziale. In generale, l’autovalutazione delle proprie competenze nelle decisioni economico-finanziarie registra i valori più alti rispetto alla gestione del budget familiare e al controllo delle spese (più dell’80%), e quelli più bassi in relazione alle scelte di investimento (70% del campione; Figure 2.5). La propensione a ritenere le proprie capacità superiori alla media è significativamente maggiore fra gli investitori; esibisce una certa variabilità tra generi e ambiti decisionali e sembra associarsi positivamente a conoscenze finanziarie e ricchezza e negativamente all’età.

Scelte e abitudini di investimento

Alla fine del 2016 il 45% degli intervistati detiene uno o più strumenti finanziari, essendo fondi comuni, obbligazioni bancarie italiane, azioni quotate e titoli di Stato domestici i prodotti più diffusi. La partecipazione ai mercati finanziari è positivamente correlata con le conoscenze finanziarie, l’attitudine alla sopravvalutazione delle proprie competenze, l’interesse nelle materie finanziarie e l’ottimismo. Viceversa, la tendenza a provare apprensione nella gestione delle finanze personali sembrerebbe mostrare un’associazione negativa. Più della metà degli investitori decide insieme a familiari, amici e colleghi (cosiddetta consulenza informale), un quarto sceglie dopo aver consultato un consulente finanziario ovvero delega la gestione dei suoi risparmi a un intermediario, mentre i restanti agiscono in autonomia. Conoscenze e consapevolezza dei rischi associati ai singoli prodotti finanziari risultano positivamente correlate alla propensione ad avvalersi di un supporto professionale e all’attitudine a decidere in autonomia.

L’ansia connessa alla gestione delle finanze personali sembrerebbe scoraggiare l’investimento ‘fai-da-te’, mentre avrebbe l’effetto contrario l’interesse per le materie finanziarie, che mostra altresì una correlazione positiva con la tendenza ad affidarsi alla consulenza sia informale sia professionale. Le caratteristiche di un processo decisionale adeguato rimangono oscure per il 41% del campione, che prima di investire non valuta in maniera specifica alcun elemento tra orizzonte temporale, obiettivi, capacità economica ed emotiva di sopportare il rischio; nei casi restanti, invece, più dei due terzi indica solo uno degli elementi citati (prevalentemente l’orizzonte temporale). La consapevolezza del processo decisionale aumenta con le conoscenze finanziarie e con l’abitudine al budgeting e alla pianificazione finanziaria, suggerendo così la possibilità che atteggiamenti virtuosi maturati in un particolare ambito (attinente nel caso specifico al financial control) possano estendersi in modo trasversale a tutte le scelte economico-finanziarie.

A tal proposito, il monitoraggio delle scelte di investimento, posto in essere da poco più di due terzi del campione, sembra associarsi positivamente con l’attitudine a controllare le spese familiari e lo stato di avanzamento della pianificazione nonché, tra i tratti comportamentali, con l’ottimismo e l’interesse per le materie finanziarie; gioca invece nella direzione opposta l’apprensione finanziaria. Il controllo degli investimenti diviene meno frequente per il sotto-campione femminile, coloro che si affidano a familiari o amici e coloro che possiedono basse conoscenze finanziarie.

La domanda di consulenza finanziaria

Con specifico riferimento alla fruizione di servizi di consulenza finanziaria, quasi un terzo degli investitori beneficia di raccomandazioni personalizzate ai sensi MiFID, mentre i restanti ricevono consulenza passiva o generica. Nell’ambito dei vari modelli di servizio, rimane residuale la consulenza cosiddetta indipendente, ossia riferita a un’ampia gamma di prodotti e remunerata esclusivamente dal cliente (7% degli investitori), mentre prevalgono la consulenza ristretta (riferita a un insieme limitato di strumenti finanziari generalmente emessi dallo stesso istituto di credito che eroga consulenza) e quella avanzata (applicata a un insieme più ampio di strumenti finanziari e con una valutazione periodica dell’adeguatezza dell’investimento; Fig. 5.1).
Le esigenze che più frequentemente spingono ad avvalersi di un professionista sono la pianificazione finanziaria di lungo periodo e la protezione del patrimonio. Nella scelta del consulente rivestono un ruolo importante sia la fiducia nel professionista sia l’indicazione da parte dell’istituto finanziario di riferimento (rispettivamente, 35% e 34%), mentre le competenze rilevano per una percentuale più contenuta del campione (19%). Coerentemente con l’evidenza relativa al ruolo della fiducia, capacità relazionali ed empatiche sono le abilità che più frequentemente gli investitori ricercano nel proprio consulente dopo quelle attinenti al conseguimento di buone performance (rispettivamente, 29% e 35% dei casi; 29%).

È significativo, inoltre, l’atteggiamento nei confronti dei costi del servizio. Il 45% degli investitori non sa indicare come venga remunerato il proprio consulente, mentre il 37% crede che il servizio sia gratuito. Alla bassa consapevolezza dei costi sostenuti si lega anche la bassa disponibilità a pagare. In particolare, dopo la sfiducia negli intermediari (indicata nel 40% circa dei casi) i costi si annoverano tra i principali fattori che scoraggiano la domanda di consulenza. Tra i fruitori del servizio, inoltre, in media solo il 20% si dichiara propenso a remunerare il professionista, sebbene il dato aumenti con il grado di personalizzazione delle raccomandazioni ricevute, raggiungendo il 43% tra gli investitori assistiti da consulenza MiFID. Le rilevazioni evidenziano, altresì, la difficoltà a valutare la qualità del servizio ricevuto, oscillando tra il 40% e il 70% la percentuale di intervistati che non sono in grado di indicare alcun elemento di giudizio. Emerge altresì una diffusa riluttanza a informare il professionista degli elementi che egli deve (o può) acquisire ai fini della valutazione di adeguatezza della proposta di investimento. In particolare, il 14% degli investitori che ricevono consulenza non ritengono di dover fornire alcuna informazione, mentre nei casi restanti la percentuale di intervistati che indica uno specifico elemento non supera il 36% (il dato è relativo, in particolare, all’obiettivo di investimento). Tale evidenza è coerente con la scarsa attitudine, già ricordata, a strutturare il processo decisionale in modo da tener conto dei fattori che più rilevano ai fini di scelte di investimento corrette e consapevoli.

Focus: attitudini verso l’informazione finanziaria


Comprendere quale sia l’attitudine degli italiani nei confronti dell’informativa sugli strumenti finanziari è di particolare importanza, anche alla luce del ruolo della trasparenza informativa nel sistema dei presidi posti a tutela dell’investitore. Più del 40% degli intervistati dichiara di leggere l’informazione finanziaria, prevalentemente in autonomia (25%) o con il supporto di familiari e amici (10%) e, solo in via residuale, con l’aiuto del consulente (8%). Tra i restanti, il 28% non consulta i documenti informativi perché si affida a un professionista ovvero teme di non essere in grado di utilizzarli (information overload), mentre circa un terzo non risponde. La propensione a consultare l’informativa è meno pronunciata per le donne, i più anziani, i meno literate e coloro che sembrano esposti all’effetto framing; anche mancanza di interesse e apprensione nella gestione delle questioni finanziarie mostrano una correlazione negativa. In media, circa il 50% degli intervistati dichiara di non essere disposto ad acquistare un prodotto finanziario se non ne comprende i documenti informativi: il dato è maggiore tra coloro che possiedono un livello più elevato di conoscenze finanziarie, non sono ansiosi, dichiarano di essere interessati alla finanza e non sono inclini al framing effect. Per coloro che investirebbero in ogni caso (27%), giocano un ruolo prevalente la fiducia e la reputazione dell’intermediario; tale attitudine è meno frequente tra gli individui che decidono in autonomia.

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