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La fuga dei cervelli: come trattenere i giovani talenti?

Preparati, intelligenti: sono quei talenti che spesso trovano in Italia terreno fertile per realizzare la loro idea imprenditoriale o le proprie aspirazioni di carriera, dopo tanti anni di studio, e decidono di  trasferirsi all'estero. Non esiste una vera e propria banca dati del fenomeno, ma qualche fonte attendibile può darci darci un’idea della portata del fenomeno: circa 3mila dottori di ricerca, secondo Il Country report UE ogni anno abbandonano il Paese, e dall'altra il Paese non è in grado di importare a sua volta ricercatori da fuori: questo comporta un saldo negativo: -13,2%. 
Le previsioni future non sono delle più rosee: si stima che in un decennio, dal 2010 al 2020, il nostro paese perderà 30mila ricercatori e 5 miliardi di euro, che invece contribuiranno alla crescita di altri stati. Questi dati provengono dagli studi effettuati da Carolina Brandi, ricercatrice del Irpps-Cnr, l'Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali. Nel 2014 Brandi ha prodotto un capitolo, inserito nel Rapporto Migrantes, dal titolo "L'emigrazione dei ricercatori italiani: cause ed implicazioni". 

"Per molte altre nazioni europee - scrive la ricercatrice - le percentuali sono invece in pareggio, come per la Germania, o positive come nel caso della Svizzera e della Svezia (oltre il +20 per cento), del Regno Unito (+7,8 per cento) e Francia (+4,1 per cento). Perfino la Spagna, la cui economia non brilla certamente, ci tiene a debita distanza con una perdita contenuta all'1 per cento. Una situazione che per l'Italia si traduce in un impoverimento del capitale umano a scapito dello sviluppo".

Un'altra fonte molto attendibile sull'argomento, sono sicuramente i dati del settennio di attività dello European Research Council  (2007-2013). I finanziamenti ERC sono un indicatore importante della qualità della ricerca. Ogni progetto fa capo ad un ricercatore ( Principal Investigator) e una mobilità di risorse consistenti, circa 2 milioni di euro su un arco di 5 anni. I finanziamenti vengono assegnati da commissioni di specialisti scelti esclusivamente sulla base dei meriti scientifici e consentono al ricercatore di sviluppare in totale autonomia ricerche ad alto potenziale innovativo. I fondi sono inoltre portabili da una istituzione ad un'altra: questo caratteristica ha rafforzato la concorrenza tra istituzioni e paesi che adoperano per avere gli studiosi migliori.  

Nei primi 7 anni di attività ERC ha finanziato complessivamente circa 4.300 progetti. Di questi 407 (circa il 9%) sono stati vinti da ricercatori con passaporto italiano, ma solo 229 sono stati portati in Italia (circa il 56% di quelli vinti da italiani). Significa che i rimanenti 178 vincitori "italiani" o si trovavano alI'estero o hanno scelto di trasferirsi per sviluppare il proprio progetto. Per contro, in questi sette anni l'Italia ha accolto solamente 24 ricercatori con fondi ERC provenienti da altri paesi. 
Questo vuol dire che l'Italia trattiene appena il 56% dei fondi vinti dai suoi "nazionali", Contro il 64% della Germania, l'84% della Francia, I'88% del Regno Unito. Peggio di noi solo i piccoli paesi Austria e Irlanda. La percentuale di progetti gestiti da non-nazionali in Italia è del 10%, contro il 30% di Francia e Germania, e il 45% del Regno Unito.

Altro dato interessante, come emerge da un'intervista rilasciata a Repubblica da Carolina Brandi, viene sottolineato che dall'indagine condotta nel 2012 dall'ISFOL tra coloro che nel 2006 hanno conseguito un dottorato di ricerca in Italia e lavorano nel nostro Paese, è risultato che quasi la metà dei dottori intervistati non svolgevano attività di ricerca. Questi dati indicano chiaramente che, oltre ai ricercatori emigrati, esiste una percentuale consistente dei dottori di ricerca che non è impiegata in attività consone alla formazione acquisita. Ne consegue che, nella condizione presente, il sistema-Paese si trova quindi in una evidente condizione di overeducationper indicare l'impiego in una attività che non richiede le competenze acquisite con il titolo di studio che si possiede. Il fenomeno della emigrazione permanente dei dottori di ricerca italiani è collegato a quello dell'alta percentuale di overeducation tra quanti tra loro restano in Italia.

 

Come risponde il sistema legislativo alla fuga dei cervelli?

Da un punto di vista legislativo, il provvedimento che ha cercato di porre un freno al fenomeno, è stata la Legge 238/10, più nota come legge sul Controesodo che, però è stata modificata con la versione definitiva dell’articolo 16 del decreto legislativo 147/2015 per la crescita e l’internazionalizzazione delle imprese. Con il decreto 147 ci sarà una nuova normativa per incentivare il trattamento fiscale al rientro. Quindi la proroga della legge Controesodo, inizialmente prevista fino al 2017 è stata, annullata e gli effetti della 238/10 sono scaduti il 31 dicembre 2015. Le altre modifiche apportare riguardano:

-il bonus fiscale: viene ridotto al 30% anche per i destinatari di Controesodo (in precedenza i risparmi fiscali arrivavano al 70% per gli uomini e all’80% per le donne).

-il limite di età. Controesodo si applicava solo ai nati dopo il 1° gennaio 1969. Il comma 5 del nuovo decreto abolisce questa limitazione anagrafica.

-per accedere al nuovo bonus, occorre essere stati residenti all’estero per i cinque anni precedenti, e impegnarsi a restare in Italia per almeno un biennio.
 

Il problema secondo l'avv. giuslavorista Luca Failla, è che questa legge non ha fatto i conti con le novità introdotte dal Jobs Act: a marzo del 2015 è entrato in vigore il decreto n. 23 che ha modificato il regime protettivo in caso di licenziamento illegittimo. I soggetti che dall'estero, dovessero rientrare in Italia, verrebbero assunti con contratto a tutele crescenti, e con un diverso regime sanzionatorio, (non vi è più la reintegra in caso di licenziamento illegittimo, ma l’indennizzo). Quindi qualora questi lavoratori, perdessero il lavoro per il quale sono rientrati in Italia, sarebbero obbligati a ritornare all’estero per cercarsi una nuova occupazione, perdendo anche i benefici fiscali che la legge prevedeva.
Questo, secondo l’avv. è "sintomo di mancanza di coordinamento tra le istituzioni, perché qualora si voglia che la legge abbia effetto, rendendo più appetibile il rientro dei lavoratori in Italia, dovremmo modificare anche la disciplina protettiva e quindi prevedere per le aziende che assumeranno questi soggetti rientranti, un periodo di stabilità minima di cinque anni, affinché non vengano persi i benefici fiscali, altrimenti anche questa legge rimarrà sulla carta e i risultati che ci si erano prefissati, temo, non saranno realizzati."
 

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