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La bioeconomia in Italia vale 251 miliardi di euro

 La bioeconomia in Italia vale 251 miliardi di euro
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L’insieme delle attività connesse alla bioeconomia ha raggiunto nel 2015 in Italia un valore di circa 251 miliardi di euro di valore della produzione, per 1,65 milioni di occupati. Queste sono le principali conclusioni  del terzo rapporto dedicato alla bioeconomia in Europa (scaricabile qui a destra). L’analisi è stata condotta da un gruppo di lavoro, composto, oltre che dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo e Assobiotec, dal CREA (Consiglio per la Ricerca in agricoltura e l’analisi dell’Economia Agraria) e dal Cluster Spring (e con il supporto dei Centri Studi di Federchimica, Sistema Moda Italia e Farmindustria).

La bioeconomia in Italia

Il confronto con gli altri principali paesi europei, con dati aggiornati al 2014, evidenzia il peso importante che i settori afferenti alla bioeconomia rivestono sul totale del valore della produzione nel nostro Paese: l’Italia, con un peso pari all’8,1%, è seconda solo alla Spagna (10,8%, dove spicca il contributo della filiera agro-alimentare), superando la Francia (7,5%), la Germania (6,1%) e il Regno Unito (4,7%). Oltre a un peso rilevante, l’Italia si caratterizza anche per una maggiore diversificazione settoriale, con un ruolo dominante (come negli altri paesi) della filiera agro-alimentare ma anche con una presenza significativa del mondo del tessile e della concia, dell’industria del legno, della carta (che riveste un peso solo di poco inferiore rispetto a quello della Germania) e una significativa presenza nelle componenti high-tech della chimica biobased e della farmaceutica biotech.

La bioeconomia, tuttavia, è un concetto complesso che non si può fermare alla semplice elencazione dei settori e dei prodotti che ne fanno parte. Il Rapporto affronta, pertanto, alcuni temi chiave per lo sviluppo della bioeconomia nel nostro Paese. Uno sviluppo armonico del ricco e interconnesso sistema economico-ambientale che si riferisce alla bioeconomia non può, infatti, che richiedere l’adozione di un’ottica circolare che consenta di tenere conto dell’intera vita della materia, in un Paese come l’Italia dove l’estrazione di biomassa da input primari è in costante diminuzione. Per questo motivo, il Rapporto presenta un’analisi dedicata ai rifiuti biodegradabili e al ruolo che questi possono avere per lo sviluppo della bioeconomia.

La raccolta differenziata, un passaggio fondamentale

Il primo passaggio per l’utilizzo dei rifiuti in modo biocompatibile è che questi vengano raccolti in modo differenziato. La raccolta differenziata è l’unica forma di gestione del rifiuto a monte che permette l’attivazione di molteplici fasi di lavorazione del rifiuto a valle.

In Italia le percentuali di rifiuti raccolti in modo differenziato sono cresciute in modo significativo su tutto il territorio nazionale nel corso degli anni duemila. Nel 2015, il 47,5% dei rifiuti solidi urbani è stato raccolto in modo differenziato, i rifiuti biodegradabili rappresentano il 72% del totale. La raccolta differenziata della 5 componente organica registra un’accelerazione importante e raggiunge i circa 100 kg per abitante a livello di media nazionale nel 2015. Nonostante l’evoluzione del settore, ci sono ancora potenzialità importanti in particolare in alcune aree del Paese. La raccolta differenziata è ancora poco diffusa al Centro e al Sud, dove gli ultimi dati del 2015 mostrano una incidenza ancora ferma, rispettivamente, al 43,8% e al 33,6%. In termini pro capite i rifiuti organici raccolti sono pari a 70,2 kg per abitante al Sud, rispetto ai 101 registrati nelle regioni del Centro e ai 122 delle regioni del Nord.

La frazione organica del rifiuto raccolta potrebbe attestarsi a circa 9 milioni di tonnellate, ipotizzando una raccolta pari a 140 kg per abitante ma alla dinamica quantitativa della frazione organica raccolta dovrà affiancarsi un progressivo miglioramento degli aspetti qualitativi dell’organico raccolto e l’adeguamento della dotazione impiantistica per garantirne il trattamento biocompatibile. Con riferimento agli aspetti qualitativi è auspicabile una crescente diffusione della raccolta porta a porta e di incentivi per favorire la diffusione di tale modalità.

Il gap infrstrutturale, un freno allo sviluppo della bioeconomia

Per quanto riguarda gli impianti, il gap infrastrutturale rappresenta un importante freno allo sviluppo del settore. La dotazione impiantistica dovrà essere distribuita sul territorio in base alla domanda locale, i rifiuti organici per loro natura e per sostenibilità economica devono, infatti, essere trattati localmente. L’importanza di adottare un’ottica circolare, in presenza di un difficile equilibrio tra sfruttamento dell’ambiente e necessità di aumentare la capacità di produzione di risorse rinnovabili biologiche, suggerisce di ampliare il confine della bioeconomia includendo il ciclo dei rifiuti biodegradabili (raccolta, gestione e trattamento).

Il perimetro ampliato della bioeconomia porta a stimare nel 2014 per l’Italia un valore complessivo pari all’8,4% della produzione nazionale. La dimensione del ciclo dei rifiuti biocompatibile nei cinque paesi europei (Italia, Germania, Spagna, Francia e Regno Unito) è stimata in circa 43 miliardi, con un’occupazione di circa 173 mila unità, sempre nel 2014. La rilevanza che la bioeconomia ha sull’economia italiana, l’importanza della dimensione locale nello sviluppo sostenibile e l’elevata varietà delle produzioni afferenti a questo settore hanno portato ad approfondire l’analisi a livello regionale. Le regioni del Nord presentano sicuramente molti punti di forza: oltre ad una significativa dotazione in termini di risorse naturali e ad un forte ruolo dei settori biobased più tradizionali (alimentare, legno, carta, tessile, concia per il Veneto) possono contare su un elevato livello di competenze e di capitale umano, fattori che hanno favorito la crescita di un tessuto produttivo dotato di attori economici leader del settore della chimica biobased e della farmaceutica biotech. A fronte di un quadro estremamente eterogeneo, emerge comunque chiaramente come il Mezzogiorno possa giocare un ruolo importante, grazie alla dotazione di risorse naturali, alla spiccata specializzazione nell’agro-alimentare e alla presenza di importanti esperienze di interazione della filiera agricola nei processi chimici biobased. La bioeconomia potrà rivestire un ruolo di leva strategica per le regioni del Mezzogiorno: sarà importante, in quest’ottica, potenziare le risorse in campo sul piano della R&S e della formazione superiore, per rafforzare e diffondere maggiormente sul territorio competenze e know-how. 

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