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Innovazione e Statuto dei lavoratori: quale rapporto?

L’innovazione tecnologica ha messo a dura prova la tenuta dello Statuto dei lavoratori e dunque a repentaglio la sua esistenza.  In conseguenza della disintermediazione degli spazi, dei tempi e dell’organizzazione del lavoro, che e’ derivata da tale innovazione, la subordinazione infatti “lentamente muore”. 
Per averne una prova, basti guardare all’esperienza dello smart working, come sottolinea l'avv. giuslavorista Ciro Cafiero, che ha visto venir meno gli spazi e i tempi tipici del lavoro subordinato in conseguenza della capacità del lavoratore di prestare la propria attività da remoto e quindi di definirli a propria discrezione ma anche il potere disciplinare come sino ad oggi lo abbiamo conosciamo, posto che le modalità del suo esercizio sono rimesse per la prima volta alla contrattazione - anche individuale - tra datore di lavoro e smart worker.
In questo scenario, rischia di franare anzitutto la protezione del lavoratore dal controllo datoriale sulla propria prestazione. Ed infatti, la tecnologia ha reso accessibili al datore di lavoro dati del lavoratore un tempo protetti da una cortina invalicabile e quindi possibile all’uno un’invasione a piede libero nella sfera di riservatezza dell’altro.
Nel caso del crowd work, ad esempio, il controllo del (giovane) lavoratore è rimesso a tutti i numerosi fruitori del servizio oggetto della prestazione lavorativa, estranei al rapporto di lavoro, che ad esito di tale controllo formuleranno un feedback, e non già al solo committente/datore di lavoro, che, però, in virtu’ di tali feedback, potrà esercitare nei confronti del lavoratore il proprio potere disciplinare. E cosi, ad esempio, se alcuni fruitori del servizio Uber rileveranno un livello di pulizia dell’autovettura che li ha trasportati non giudicato in linea con le proprie aspettative, Uber (quale committente/datore di lavoro) potrà sanzionare con i provvedimenti che riterrà opportuni il proprio autista.
Nel caso dello smart working, il controllo della gran parte dei dati dello smart worker da parte del datore di lavoro è – sin da ora - più che immanente allo svolgimento della prestazione lavorativa dello stesso posto che essa si svolge da remoto e quindi per mezzo di un’ininterrotta connessione relativa a tali dati tra datore di lavoro e lavoratore. 
In altri termini, il datore di lavoro entra “comodamente” nei luoghi riconducibili alla sfera privata dello smart worker e che quest’ultimo ha eletto a luogo di svolgimento della prestazione di lavoro. 
Immaginiamo come, ad esempio, attraverso soltanto una webcam, che inquadri simboli religiosi e politici della postazione dello smart worker, mentre svolge “da casa” la propria attività, il datore di lavoro possa acquisire agevolmente   dati inerenti l’orientamento politico e religioso del primo.
Ma questo e’ il meno. Alcune tecnologie già sono in grado di registrare la fatica o l’emotività del lavoratore ai fini del controllo della sua produttività, e dunque dati  appartenenti alla sua sfera per cosi dire “inconscia”, con ogni conseguente riflesso, peraltro, in termini di utilizzo di tali informazioni sotto il profilo disciplinare. 
E cosi, bisogna chiedersi che tipo di efficacia può ancora avere lo Statuto dei lavoratori che, all’articolo 4, limitava il controllo sull’attività dei lavoratori  entro paletti ben precisi e soprattutto al datore di lavoro o, in alcuni casi, alle guardie giurate in azienda impedendo categoricamente quello di un terzo estraneo al rapporto di lavoro.
L’articolo  4 ha infatti la finalità di tutelare dai controlli il lavoratore nell’ottica di garantirne la sfera di riservatezza, o meglio quello che con il GDPR è meglio conosciuto come “right to be alone”.
In questo stesso scenario, rischiano in secondo luogo di franare le fondamenta della lotta sindacale.
Ed infatti, al di là delle domande che il sindacato deve porsi sul suo rinnovato ruolo, la tecnologia è in grado di affievolire anche l’azione di protesta dei lavoratori
In Spagna, la pronuncia n. 17/2017 della Corte costituzionale ha concluso per la liceità del c.d. crumiraggio tecnologico, ovvero per la sostituzione dei lavoratori in sciopero con le macchine e con tecnologie in grado di sostituirli. Si tratta di  una strategia datoriale  difensiva di frequente impiego nel settore radio-televisivo, si propone un approfondimento sull’ordinamento italiano, malgrado l’assenza di precedenti rilevanti sull’argomento. E così, secondo l'avv. Cafiero, bisogna domandarsi quale forza è in grado ancora di esercitare l’articolo 40 della nostra Costituzione a garanzia dello sciopero. 
In definitiva, la rivoluzione tecnologica impone a tutti uno sforzo di pragmatismo nell’ottica della costruzione del bene comune e ai governi scelte responsabili di lungo periodo, nell’ottica della costruzione di un modello di società compatibile con le innovazioni.

 

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