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Età di pensionamento: come si posiziona l`Italia?

L’Italia vanta davvero il primato internazionale in termini di età di pensionamento, come si sente spesso dire quando si parla di pensioni? La risposta in realtà cerca proprio di sfatare questo falso mito. Sì, perché occorre innanzitutto fare chiarezza tra età legale per l’accesso alla pensione di vecchiaia e età media effettiva di pensionamento.

Da gennaio 2018, scatta l’unificazione dell’età per la pensione di vecchiaia tra uomini e donne a 66 anni e 7 mesi, con un incremento di un anno per le dipendenti private e di 6 mesi per le lavoratrici autonome (per i dipendenti pubblici vale già questo limite legale). Se, da una parte, è vero che il requisito anagrafico per l’accesso alla pensione di vecchiaia sarà il più alto d’Europa e che il divario aumenterà nei prossimi anni per effetto dell’adeguamento alla speranza di vita (si dovrebbero raggiungere i 67 anni nel 2021), dall’altra è pur vero che, guardando all’età effettiva di pensionamento, l’Italia non vanta alcun primato globale. Questo è quanto sottolinea  Michaela Camilleri, Attività di Ricerca Area Previdenza e Finanza  Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali.

Secondo i dati Ocse, infatti, emerge che tra  il 2009 e il 2014, le lavoratrici italiane sono andate in pensione a un’età media effettiva di 61 anni e un mese, contro una media OCSE di 63 anni e 2 mesi, posizionandosi alle spalle di Paesi come il Regno Unito (62,4), la Germania (62,7), la Spagna (63,1) e la Svezia (64,2); mentre per quanto riguarda gli uomini, l’Italia si posiziona addirittura al quart’ultimo posto (vanno in pensione prima solo i lavoratori di Francia, Belgio e Slovacchia) con un’età media effettiva di 61 anni e 4 mesi, a fronte di una media OCSE pari a 64 anni e 6 mesi.

Sulla base degli ultimi dati INPS relativi all’anno 2016, se si considera il complesso delle tre categorie anzianità, vecchiaia e prepensionamenti l’età media di pensionamento nel caso dell’Italia si è attestata a quota 63,2 anni, in aumento rispetto al 2014 a 63,9 anni per gli uomini e a 61,9 anni per le donne. Il tema sarà approfondito nel Quinto Rapporto “Il bilancio del sistema previdenziale italiano. Andamenti finanziari e demografici delle pensioni e dell’assistenza per l’anno 2016” a cura del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali che sarà presentato a febbraio 2018 alla Camera dei Deputati.

Tornando ai dati OCSE, si tratta ovviamente di valori medi calcolati su intervalli di 5 anni; dunque, occorre tenere presente che ci sono e ci saranno sicuramente lavoratori costretti ad andare in pensione non prima della soglia legale, magari per via di carriere lavorative discontinue e caratterizzate da buchi contributivi. Tuttavia, ciò che si può comunque affermare, secondo Camilleri, alla luce di questi dati è che, se si guarda non tanto all’età legale ma quanto piuttosto a quella effettiva alla decorrenza della pensione, non è realistico sostenere che i nostri sono i requisiti più severi al mondo.

E questo perché bisogna tener conto della possibilità di anticipare l’età legale di pensionamento, accedendo alla pensione di anzianità con 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 e 10 mesi per le donne, delle varie forme di flessibilità introdotte dal legislatore, dalle salvaguardie previste per gli esodati all’opzione donna, ai prepensionamenti, etc.

In tale prospettiva, conclude Camilleri, la recente proposta di bloccare l’adeguamento dell’età pensionabile all’aspettativa si basa su di una ragione che risulta però smentita dai dati. Secondo Camilleri, sarebbe più appropriato eliminare l’aggancio dell’anzianità contributiva, e non dell’età anagrafica di pensionamento, alla speranza di vita, riportando così il requisito a 40/41 anni com’era prima della riforma Monti-Fornero.

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